LE OPINIONI
QUEI PROBLEMI IRRISOLTI DELLA SANITA' ITALIANA
La sanità in Italia è un problema complesso con molte luci ed ombre, grandi risorse e enomi possibilità di sviluppo e di miglioramento che rimangono inutilizzate. Il primo problema che assilla la sanità è l'influenza politica che impedisce un vero sviluppo delle professionalità e ostacola lo svolgimento della missione per la quale la il sistema sanitario è stato istituito.
Un freno allo sviluppo qualitativo del sistema sanitario è una riforma sanitaria basato sulla remunerazione delle prestazioni con il sistema dei DRG che manca di uno strumento fondamentale; un ente pagatore con reali capacità di controllo prestazioni erogate e della loro congruità e appropriatezza.
Atualmente l'arbetro del sistema è uno dei giocatori, è lo stesso ente pubblico che oltre ad erogare le prestazioni ha il compito di controllarne l'appropriatezza e ne valuta la qualità e ne determina il prezzo senza alcun contradditorio o confronto obiettivo. Il controllore ed il controllato sono la medesima persona e questo altera le regole e falsa il gioco.
Agosto 2008
A COSA SERVONO
In questo giorni assistiamo a continue diatribe, contestazioni e richio per la tenuta dei servizi, ad esempio la scuola, la sanità, Alitalia. ascolatare le parti in causa fa sorgere il sospetto che la scuola non è fatta per insegnare, non è fatta per gli alunni ma, creata per gli insegnanti, sembra che al centro del sistema ci siano proprio loro, gli interessi degli alunni sono un fatto secondario di cui non importa nulla a nessuno.
Lo stesso si può dire di Alitalia, sembra che la compagna aerea non esista per dare un servizio ai passeggeri e per trasportare le persona da un punto ad un'altro, non, sembra che l'Alitalia esista per dare lo stipendio e gli incentivi ai piloti, assistenti di volo ecc.
E la santà? Pare che il sistema sanitario sia creato per dare il porto di lavoro a medici, infermieri, amministrativi e via dicendo; ed il malato ? L'utente dell'ospedale? vogliamo metterlo al centro del sistema; vogliamo ricordarci che il sistema sanitario ha il compito di assistere i malati?
La sanità esiste per curare i malati, la scuola per insegnare agli alunni, l'Alitalia esiste per trasportare la gente, dobbiamo ricordarci questi concetti elementari se vogliamo comprendere la via giusta per una società giusta.
Settembre 2008
CHI DEVE COMANDARE
In un interveista al TG1 di qualche giorno fa, il giornalista chiede all'economista Mario Deaglio un'opinione sull'andamento dell'economia mondiale e sul ruolo che i paesei emergenti dell'Asia emerso dopo il G20 tenuto negli USA; dopo le spiegazioni di rito l'economista aggiunge rammaricato che "non siamo più noi a comandare l'economia mondiale"; effettivamente, per secoli i destini economici del mondo erano prerogativa di Londra, Parigi, Francoforte e New York.
Ultimamente qualcosa è cambiato; anche paesi del terzo mondo e dell'Asia hanno cominciato ad assumere un ruolo sempre più rilevante nell'economia mondiale; la Cina, i paesi produttori di petrolio ed alcuni colossi dell'America del Sud come il Brasile.
L'affermazione di Deaglio rivela la difficoltà dell'Occidente ad accettare un nuovo, meno decisivo ruolo sullo scacchiere mondiali, quasi un amarcord del vecchio e mai subito desiderio di colonialismo.
Infatti, nel tempo, il colonialismo è passato da un colonialismo militare con l'occupazione pura e semplice ad un colonialismo più sofisticato ma altrettanto devastante di tipo economico.
Credo che sia giunto il momento di credere oltre a dire che i popoli hanno il diritto ad autodeterminarsi, ad iniziare dalla libertà economica.
Novembre 2008
LE CONTROVERSIE SULLE MOSCHEE IN ITALIA
Da un pò di tempo si ripercorrono le dichiarazioni e le prese di posizione sulla presenza delle moschee in Italia e si fa un gran chiacchiericcio sulla legittimità della presenza di queste moschee e sull'apertura delle stesse o la costruzione di questi luoghi di culto sul territorio italiano.
Un aspetto ridicolo, per non dire drammatico, è quello di alcuni capi della Lega Nord che chiedono una norma che impedisca la costruzione delle moschee in Italia; la cosa è ridicola perché ha uno scopo propagandistico e politico per marcare la propria xenofobia ed ergersi a difensori della italianità, anzi della "padanità" del nord, ma gli effetti sulla gente è ben più tragico perché è un chiaro incitamento all'odio religioso che in questo caso coincide col l'odio razziale.
Comunque c'è una gran confusione sull'argomento e perciò credo che valga senz'altro la pena tentare di chiarire un pò alcuni aspetti di questa vicenda, senza voler essere quello che scopre l'acqua calda e meno che meno apparire come chi, integrato nella società vuole apparire falsamente moderato. Si tratta invece di una difesa dell'immagine vera di una religione ed al tempo la voglia di vedere scomparire la confusione tra le moschee in quanto luoghi di culto e di cultura e la visione di questi luoghi come centri eversivi dediti al reclutamento di aspiranti suicidi e fanatici e barbuti estremisti che vivono in Italia covando la speranza di rivincita contro l'occidente.
Ogni tanto appaiono sui giornali statistiche sul numero delle moschee in Italia e se ne enumerano centinaia, e questo è già un grave errore; le moschee, quelle vere non certo gli scantinati o gli ex garage o semi interrati, sono pochissime e, probabilmente, il loro numero non arriva neanche a 3, è veramente triste vedere luoghi di culto ubicati in cantine, garage e capannoni; è vero che Dio è onnipresente ma nel terzo millennio una nazione civile e democratica deve prevedere il diritto a praticare il proprio credo in luoghi decenti, se non altro per un certo rispetto per Dio se non vogliamo rispettare coloro che lo pregano.
Altro aspetto fondamentale di questa vicenda è quello che riguarda i cosiddetti predicatori o Imam che si sono arbitrariamente posti a capo di queste moschee, il più delle volte muratori, macellai, operai metalmeccanici ecc.; questo non vuole essere una diminutio per questi soggetti che possono essere, e sicuramente sono delle persone pie e dei veri timorati di Dio ma, di sicuro ciò non li qualifica ad assumere il ruolo di Imam o predicatori delle comunità islamiche disseminate sul territorio nazionale.
Nei paesi islamici, il ruolo di Imam con prerogativa di condurre le preghiere ufficiali nelle moschee è riservato a chi possiede una laurea universitaria in teologia acquisita presso Università riconosciute dallo stato e per svolgere questo ruolo sono inseriti nei ruoli statali con uno stipendio a fronte dei compiti a loro affidati.
Allora mi chiedo: perché in paesi islamici, dove vivono tante persone colte e dove troviamo una schiera di intellettuali e studiosi della teologia islamica, non è ammesso ergersi a Imam o predicatori? mentre in un paese europeo dove assistiamo ad una immigrazione, il più delle volte fatta da persone semplici e con una preparazione culturale e teologica di dubbio livello è ammesso che chiunque si svegli la mattina, affitti un garage, scantinato o capannone industriale dismesso, si possa proclamare Imam e blaterare in nome dell'Islam e dei musulmani?
Sono convinto che sia compito di ogni stato democratico, sopratutto uno in cui la Costituzione garantisce il diritto a praticare la propria credenza religiosa, effettuare un serio controllo su questi luoghi, veri o presunti luoghi di culto per evitare che si possa credere o confondere l'opinione o il proclamo di qualcuno, spesso con scarsa conoscenza della lingua italiana, con il messaggio religioso dell'Islam.
Uno Stato di diritto deve avere delle norme che regolano la costruzione dei luoghi di culto senza distinguere tra quelli cristiani, musulmani ed ebraici, e soprattutto garantire che tutto si svolga nella massima libertà e trasparenza.
Dicembre 2008
Primo piano da GAZZA
Medici denunciano diritti violati in M.O.
Un gruppo di medici, quattro inglesi e un italiano hanno messo nero su bianco una denuncia sui diritti umani che sarebbero stati violati durante l'attuale crisi in Medio Oriente
Il contestato muro in Cisgiordania, i checkpoint israeliani, i permessi per poter giungere negli ospedali richiesti sia ai malati che ai dipendenti dei nosocomi. Tutto ciò si traduce, in questi giorni segnati dall'offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, in diritti violati in Cisgiordania, che benché non lanci missili contro Israele sta pagando a duro prezzo l'ennesima crisi in Medio Oriente. Parole messe nero su bianco da un gruppo di medici - quattro inglesi e un italiano - sulla rivista scientifica 'Lancet'. Senza troppi giri di parole i cinque camici bianchi puntano il dito sulla violazione dei diritti umani dei palestinesi, a Gaza come in Cisgiordania. "Abbiamo visto tre gemelli di 33 settimane - citano come esempio - dover attendere il permesso per ben cinque ore, per poi essere trasferiti senza i loro genitori". Citano, inoltre, l'attacco della marina israeliana alla nave pacifista Dignity, intenta a portare assistenza, cibo e medicinali ai palestinesi, a bordo della quale viaggiava un loro collega al momento dell'attacco. Il blocco totale che ha paralizzato Gaza, aggiungono, ha fatto sì che gli operatori umanitari, gli alimenti, l'energia e le forniture mediche non siano riusciti, in molti casi, a raggiungere le aree dove ce n'era bisogno. Inoltre, il gruppo di medici spiega di aver contattato l'organizzazione Physicians for Human Rights-Israel, e aver così scoperto che il numero di permessi rilasciati dagli israeliani per consentire a pazienti palestinesi di lasciare Gaza per ricevere cure altrove si è ridotto significativamente. In alcuni casi - denunciano - il 'lascia-passare' è stato rilasciato ma in cambio sarebbe stato chiesto ai pazienti di collaborare con il servizio di sicurezza israeliano. "La nostra esperienza in Cisgiordania - concludono - ha generato in noi grosse preoccupazioni, molto più rapidamente e in misura di gran lunga maggiore di quanto avessimo immaginato".
Tratto dalla news letter di Doctor News 33
del 9 gennaio 2009 - Anno 7, Numero 1
LA VISIONE ALTRUI
Questo articolo, scritto da David Grossman, scrittore israeliano, e tradotto e pubblicato da "Repubblica" il 20 gennaio 2009, è in gran parte condivisibile da me, e dimostra che l'obbiettività di un israelaiano è più degna di rispetto e di condivisione rispetto a chi, in Italia, ritiene che nascondere la verità o le verità all'opinione pubblica italiana, sia un atteggiamento giusto per dimostrare di essere dalla parte di Israele - anche quando sbaglia- ma che in realtà vuole solo nascondere il proprio profondo senso di colpa per non aver fatto nulla o addirittura per aver partecipato a ciò che accadeva alle soglie della propria casa con la propria complicità attiva o con il più comodo atteggiamento di chi non sente, non vede e non parla.
DAVID GROSSMAN
Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un'unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l'un l'altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi -il nostro doppio, la nos tra tragedia - e il fuoco che brucia noi stessi.Per questo, in mezzo all'esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest'ultima operazione a Gaza, in fm dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.
Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva.Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all'occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale. Allo stesso modo il successo dell'operazione non ha risolto le cause che l'hanno scatenata.
Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all'occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l'esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo.
L'offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un'altra generazione di palestinesi crescerà nell'odio e nella sete di vendetta.
Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi.
Ma quando l'operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione.Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c'è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma.
È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti del!e proprie azioni e dei propri sbagli.E indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza.
Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico.
Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo?Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della GaliIea, ci impongono?
Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un'esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente auto ipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l'opinione pubblica israeliana alI' arroganza e al compiacimento nell'uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per cosl tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati.
Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui.Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci.
Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un' opzione disperata.A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.
Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati. .
Traduzionedi A. ShomroniGennaio 2009
LA INCOMPRENSIBILE CRISI ECONOMICA
Sembra che la crisi economica sia ancora agli inizi e sembra che ci aspettano tempi duri con ulteriore impoverimento di tutti e più degli altri i ceti medi e bassi.
Ma ci si chiede; come siamo arrivati a questo punto, una crisi che inizia come finanziaria e termina in crisi reale che colpisce la produzione e la capacità di spesa di tutti con la conseguente perdita di prodotto interno e di posti di lavoro.
Sappiamo che nulla si crea e nulla si distrugge e credo che questo principio è valido anche per l'economia, e per questo che mi domando; dove sono finiti i miliardi di Euro e di Dollari scomparsi alla nostra vista e a quella delle banche e come si è arrivati a questo punto senza che nessuno, di quelli che dovevano accorgersi, si sia accorto di quanto stia succedendo.
Qualcuno ha venduto il nulla, derivati, futures e quant'altro , creando la bolla speculativa che ha creato una incredibile quantità di titoli senza valore (avvelenati) che le banche, questa volta, non sono riuscite a rifilare ai propri clienti facendo loro pagare le spese di questa gigantesca speculazione finanziaria che, comunque, stiamo pagando noi semplici cittadini.
Ma se nulla si distrugge, ci chiediamo; dove sono finiti i sacchi pieni di soldi incassati da coloro che vendevano il nulla, non possono essersi evaporati. Devono essere lì da qualche parte come i 50 miliardi di dollari americani incassati dall'ex presidente dell'ente di controllo della borsa americana (l'equivalente del nostro CONSOB); non sarebbe il caso di seguire le tracce di questa massa gigantesca di danaro anziché far pagare ai cittadini le spese dei salvataggi di banche e finanziarie e di posti di lavoro e di aziende in crisi.
Già nella vita di tutti i giorni il normale cittadino è costretto a pagare a caro prezzo i servizi offerti dalle banche e dall'industria il cui unico obiettivo è quello di fare profitto a qualunque costo; cosa che hanno fatto negli anni precedenti con bilanci ampiamente in attivo e tanti dividendi distribuiti agli azionisti e soprattutto ai manager delle stesse istituzioni finanziarie e industriali.
Per uscire da questa crisi bisogna seguire il danaro, scovare dove è stato occultato sottraendolo al ciclo produttivo e innescando la crisi di liquidità che ora stiamo pagando, sia in termini di tasse devolute a chi ha mal gestito l'economia sia in termini di minore reddito e minore benessere collettivo.
C'è da terminare il discorso chiedendo se la lezione è stata utile a mettere in piedi i meccanismi per meglio controllare i gestori della finanza nazionale ed internazionale.
Febbraio 2009